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La guerra dei boeri

E’ di altri boeri, stavolta con la minuscola, che voglio raccontare e, per fare questo, devo fare un passo indietro, a quando il Dodo (quello a cui sguillava la pasta e rullavano i ceci) tornò dal servizio militare. Marietta rifiutò di sposarlo e lui, come aveva preannunciato, comprò la bicicletta per andare al mare, ma soprattutto si dedicò con passione al lavoro dei campi, insieme al padre e al fratello Odoacre, detto il Dado. Il Dodo non pensò mai più a prendere moglie, non perché fosse particolarmente deluso, ma semplicemente perché le abitudini della campagna, il duro lavoro e le stagioni che si susseguivano col loro carico di sole, ma anche di benefica pioggia, ebbene, tutto ciò già riempiva la sua vita. Il Dado, di due anni più giovane, si sposò invece con una giovane del podere vicino ed ebbe anche un figlio, Federico detto il Dido, ma rimase sempre a vivere nella casa paterna, tanto più che la moglie venne a mancare per una breve, ma inesorabile malattia quando il bambino aveva appena tre anni e furono indispensabili le cure della nonna Rita, madre del Dado, che era umorale, ma generosa. Il terzo fratello, invece, molto diverso dai primi due, si arruolò nei carabinieri e andò a vivere a Firenze. Gli anni passarono, ma il Dodo rimase sempre in contatto con il suo amico d’infanzia, ovvero mio zio Alfredo, tanto è vero che spesso il giovedì, quando veniva in città per il mercato o per commissioni, passava a salutarlo e a volte mangiavano insieme. Il Dodo e il Dado erano particolarmente divertiti dal fatto che io chiamassi mio zio con il nomignolo di Dedo, ridevano moltissimo e dicevano a mò di filastrocca : “Il Dodo, il Dedo, il Dado, il Dido , siamo tutti!” Quando il Dodo compì cinquanta anni, erano gli anni ’60, decise di festeggiare con una bella cena insieme agli amici e ai familiari. Il Dido, ormai venticinquenne, aveva aperto una trattoria poco fuori del paese e decise di ospitare i festeggiamenti per il compleanno dello zio. Naturalmente Alfredo era l’ospite d’onore, cittadino ed elegante, e pure uomo di mondo. Arrivò a bordo della sua elegante Giulietta targata GR 20000, tra l’ammirazione dei vecchi amici e, naturalmente, fu fatto sedere a capotavola, accanto al festeggiato. La cena, abbondante e tradizionale, fu tutt’altro che leggera, crostini toscani, tortelli al sugo, cinghiale e certo non poteva mancare il dolce, una casalinga e corposa zuppa inglese. Ma, come poi raccontò mio zio, al momento del dolce il bello doveva ancora venire… Infatti un amico del Dodo, tale Crispino, animatore di feste e sagre, pensò bene di concludere la serata introducendo il gioco dei boeri. Ovvero : i commensali, undici e tutti maschi, dovevano gareggiare mangiando boeri (ricordate? Cioccolatini al liquore), tanti quanti ne suggerivano i bigliettini contenuti nell’incarto. De tipo : vinci due boeri (e li mangi) e vai avanti così fino a che resisti. Alfredo, che era buongustaio, ma moderato, al secondo boero aveva già la nausea e si ritirò dall’agone. Gli altri continuarono a mangiare boeri, in modo esponenziale e compulsivo, sempre più alticci e rossi in viso col prcedere della serata. Via via, a vari stadi della guerra dei boeri, i partecipanti si arrendevano, ma il Dodo e il Dado continuavano, sotto gli occhi abbastanza preoccupati di Alfredo che non riusciva a partecipare all’entusiasmo suscitato negli astanti da quella originale performance. A un certo punto il Dodo si ritirò, intontito e appesantito, mentre il fratello sembrava posseduto dal demone dei boeri e continuò fino a raggiungere il numero record (a memoria di Crispino) di ben ottantasei boeri trangugiati. Il Dado, orgoglioso del risultato, aveva però gli occhi lucidi e il volto violaceo, oltre a ondeggiare pericolosamente una volta alzato in piedi. Così Alfredo decise di accompagnare i due fratelli a casa con la sua macchina, dubitando che fossero in grado di percorrere a piedi i due chilometri che separavano l’osteria dall’abitazione. Arrivati nell’aia, l’anziana Rita, sentendo il rumore della macchina, si affacciò alla finestra, appena in tempo per vedere il Dado ondeggiare paurosamente, mettersi le mani al collo e stramazzare come morto. Il Dodo cominciò a gridare e la madre, dalla finestra, gli faceva da controcanto con incredibili acuti. Raccontava Alfredo che, nei pochi minuti successivi al crollo del Dado, si alternavano specie di ululati del Dodo e urla miste a invocazioni della madre. Il Dado giaceva immobile, ma respirava e mio zio decise di caricarlo di nuovo in macchina e portarlo a Grosseto all’ospedale. La Rita, in camicia e liseuse, scese in tutta fretta e si infilò in macchina, trascinando con sé il Dodo e il viaggio verso la città proseguì tra gli urli dei due, col Dado sdraiato in braccio alla madre, quasi una rurale e poco artistica versione della pietà, col Dodo che sventolava un grande fazzoletto bianco dal finestrino. L’abitacolo era impregnato dei fumi alcoolici del vino e dei boeri. Alfredo, maniacale nella cura dell’auto, raccontava sdegnato che non era bastato un solo lavaggio perché la Giulietta tornasse al suo originario splendore dopo questo viaggio della speranza. Comunque il Dado non era grave e con tre di giorni di ricovero si rimise in sesto, ma in quel breve lasso di tempo, la famigliola si fece riconoscere per gli urli, i pianti e l’assoluta incapacità di raccontare cosa era accaduto. I dottori così presero come referente mio zio Alfredo (che non era un tipo esattamente caritatevole e ne avrebbe fatto volentieri a meno) che era l’unico a relazionarsi normalmente. “Guardi, signor Alberti- disse il medico al momento della dimissione- al suo amico è andata proprio bene, con ottantasei boeri poteva venirgli una pancreatite o un infarto e invece se l’è cavata con una congestione” A quel punto la Rita, più tranquilla e dunque non più urlante, intervenne: “Dottore, ma il mio Dado digerisce bene, anche i roghi lazzi” “Eh?” “I rovi acerbi” tradusse mio zio. “ E poi- continuò Rita, ormai disinibita- è un ragazzo sano e da bambino era bellissimo”. Mio zio, ormai spazientito, si girò verso l’anziana donna e le disse : “Rita, cani, gatti e contadini sò bellini da piccini!” E caricò di nuovo madre e figli sulla Giulietta targata GR 20000, col fermo proposito che mai più avrebbe voluto sentir parlare di boeri.

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